Sacchetti di plastica: il punto sull’inestricabile caos

Caos sacchetti bio: si rompono facilmente e costano troppo. La nuova normativa violerebbe il diritto comunitario. L’Unione Europea pronta a riammettere i vecchi sacchetti. Governo faccia chiarezza.

Il debutto dei sacchetti di plastica è molto problematico.
Sia dal punto di vista pratico e logistico che normativo.
Sul primo punto da un report emerge che è sottile, sensibile al calore ed all’acqua, pronto a bucarsi al primo contatto e costosissimo.
Il nuovo sacchetto della spesa sta diventando un problema per i consumatori e i commercianti.
Fermo restando che il biodegradabile è importante per l’ambiente, i nuovi sacchetti sono facilmente esposti alla rottura per gli angoli delle confezioni o per il peso, per la difficoltà al trasporto.
Pesa al momento tanta confusione, sia sul fronte dei grossisti che dei consumatori, aggravata dal costo, intorno ai 7,5 /12 cent, per le buste bio e 15/25 cent per i contenitori di carta. Un costo aggiuntivo alla spesa, laddove le vecchie buste di plastica erano gratuite, almeno negli esercizi di vicinato.
Si consideri che secondo alcuni calcoli ogni italiano arrivava a consumare, ogni anno, oltre un centinaio di sacchetti di plastica.
Se lo stesso utilizzo dovesse interessare anche i sacchetti biodegradabili, al costo medio di 10 centesimi l’uno, la spesa annua per una famiglia partirebbe da 100 euro, solo per le buste. Costi che gravano prima di tutto sui commercianti che debbono anticipare gli acquisti.
Sul secondo punto, quello normativo, sulla nuova disposizione pende il giudizio dell’UE.
Il divieto assoluto dell’utilizzo dei sacchetti di plastica non biodegradabili, in vigore in Italia dal 1° gennaio, violerebbe la vigente normativa comunitaria in quanto la direttiva 94/62 prevede che «gli Stati membri non possono ostacolare (…) l'immissione sul mercato di imballaggi conformi alle disposizioni della presente direttiva». Sul punto, la legislazione italiana sembrerebbe violare il principio del mutuo riconoscimento visto che nell'Unione i sacchetti di plastica sono normalmente utilizzati.
Ma ci sarebbe anche una seconda motivazione, data dalla mancata comunicazione a Bruxelles della variazione della normativa tecnica, obbligatoria ai sensi della direttiva 98/34. Nel caso in specie, secondo la Corte di Giustizia europea, la legge - a fronte di un ricorso - può essere addirittura disapplicata, riaprendo difatti il mercato alle tradizionali buste di plastica.
Al momento il tutto farebbe pensare, a breve, all’apertura di una procedura d’infrazione da parte dell’UE nei confronti dell’Italia e al conseguente superamento dell’attuale normativa che, finché in vigore, va osservata, premesso che, ovviamente, non si può vietare la circolazione interna ad uno Stato membro di prodotti conformi ai requisiti della direttiva Ue in materia.
In attesa che le procedure facciano il loro corso, gli operatori non possono che osservare la nuova normativa, salvo il fatto che essa può essere impugnata di fronte agli organismi europei e disapplicata.
Buon senso vorrebbe che il Ministro dell’Ambiente si facesse carico della situazione, considerasse le difficoltà oggettive dei consumatori e l’inadeguato livello di preparazione al nuovo prodotto dell’industria nazionale, valutasse i costi elevati del passaggio forzoso, prendendo atto delle difficoltà giuridiche e, in virtù di ciò, sospendesse l’applicabilità della norma, in attesa di chiarire il quadro normativo in materia, a livello europeo.





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